DANZA & BENESSERE

Parigi ed il modello evolutivo del balletto degli anni sessanta del XVIII secolo

Parigi ed il modello evolutivo del balletto degli anni sessanta del XVIII secolo

Ci troviamo in Francia a Parigi, durante gli anni 60’ del diciottesimo secolo, ed è qui che all’Operà di Parigi, artisti quali l’italiano Gaetano Vestris e Maximilien Gardel, di origine francese, si adoperano volenterosamente col fine comune di aumentare il volume della tecnica nei danzatori maschi.

Il tutto cercando di mantenere ad ogni costo di rasentare la già nota perfezione inoppugnabile ed alquanto formale, dello stile propriamente francese che spesso caratterizza in questo momento storico, la maggior parte dei lavori sul territorio parigino.

Sempre nello stesso periodo, le danzatrici utilizzano vesti ampiamente più lunghe rispetto a quelle utilizzate in passato, pertanto la maggior parte delle ballerine, utilizzano una tecnica che si avvicina moltissimo a quella notevole dei ballerini, ma che viene un poco rallentata proprio a causa del fattore costumistico.

Una decina di anni prima in Italia ed anche nel resto del centro Europa, vengono introdotte le opere di balletto basate sulla narrazione, attraverso le quali si uniscono gestualità, danza e recitazione (più che altro pantomimica), suggerendo perciò la nascita di coreografie e creazioni rappresentative maggiormente complesse, sia dal punto di vista tecnico che da quello del significato (il quale poteva essere sia nascosto che rivelato). 

Ma il periodo che lascia in particolare la sua impronta artistica sono proprio gli anni 60’, nei quali grandi coreografi europei molto conosciuti come J.G Noverre o G.Angiolini iniziano la loro rivoluzionaria sperimentazione all’interno della danza del balletto classico: una rappresentazione che trae le sue origini da un testo abbastanza complesso, drammatico e conosciuto negli alti ranghi culturali.

Cosa mai accaduta prima di allora, ed è grazie alla portata di questi eventi che il balletto subentra nella sua innovativa era dei concetti, non più solamente legati per forza al sacro, alla celebrazione, alla rappresentazione di un evento storico o all’imitazione della natura stessa, bensì anche alla rappresentazione di arti come pittura, letteratura o poesia, basandosi naturalmente su opere specifiche.

I ballerini non sono ancora abituati a danzare immedesimandosi in personaggi così evoluti, dettagliati e complessi come quelli poc’anzi descritti (ossia provenienti da un’atmosfera poetica, o peggio ancora, filosofica).

Pertanto riescono a creare una moltitudine di nuovi aspetti di interpretazione, riuscendo a trasmettere sul palco una folta schiera di nuovi stati d’animo e sentimenti, tanto da includere come nuovo strumento anche la pantomima e la mobilità dei muscoli facciali, includendo quindi le espressioni del volto, fino ad allora rimaste quasi sempre inutilizzate, o comunque rilegate a quelle canoniche da spettacolo.

La maggior parte degli spettacoli dell’epoca sono ispirati (così come per le arti visive e l’opera lirica), alle antiche opere da teatro anch’esso antico e mitologico (Agamennone, Medea, Orazi, ecc.), all’opera contemporanea del tempo stesso ed anche alle arti rurali.

Per quanto riguarda la scelta dei costumi, sebbene ancora una volta legati come nelle epoche successive alle tendenze, in questo determinato periodo si cerca invece di andare un poco oltre, includendo anche abiti non alla moda e semplificando le caratteristiche adattandole alle esigenze sceniche, in maniera da fornire un regime di realtà alle scene ed ai vari personaggi del ballo.